11.1.12

Come quella volta che mi portarono in Africa

Ascoltare per la prima volta Andy Stott è come essere rapiti da un auto nera e riaprire gli occhi in mezzo al deserto, non connettere tutto ciò che è accaduto nell'intermezzo tra questi due avvenimenti e rimanere tra lo stupito, lo straniamento e la demoralizzazione. Di punto in bianco vieni catapultato in un ambiente ostile, una giungla africana, un posto dove non ti senti accolto bene, dove la sabbia ti entra nei vestiti, il fango ti sporca la faccia e le liane ti ostacolano il cammino. Prendi confidenza con il luogo: flora e fauna cominciano a mostrarsi per quelle che sono e non per ciò che ti eri immaginato essere. Non c'è niente di buono o cattivo, è solamente il tuo orecchio che connesso al cervello deve continuare ad identificare costantemente i rumori del luogo. Questo per me è stato soltanto il primo approcio con questo artista che, ad oggi, conta solo di vari EP. E' ancora prematuro consigliare tracce da parte mia, non escludo che io o l'altro compare di blog possa in futuro parlarne più approfonditamente.

9.1.12

Riflessioni a ruota libera su Deus Ex

"Se non ci fosse stato un Dio, lo si sarebbe dovuto inventare" -Voltaire-

L'anno è il 2000, rischi di un collasso economico e sociale globale sono stati sfiorati da poco, il Millenium Bug è oramai un brutto ricordo e nel panorama videoludico viene pubblicato da Eidos, Deus Ex.
L'anno è il 2052, il mondo si prepara per un altro salto tecnologico, abbandonando le protesi meccaniche, il panorama ingegneristico saluta con grande orgoglio l'entrata in gioco delle nano-tecnologie all'interno del corpo umano. Le stesse in grado di trasformare il corpo umano in una meraviglia tecnologica o in una carcassa senza anima.

29.12.11

2011: Smother

Potrebbe, erroneamente, essere considerato il loro disco della maturità se non fosse che i precedenti erano uno sguardo limpido e genuino che risaltava nel mare del recente revival-wave inglese, cosa che Smother consolida completamente buttando su quello sguardo una ombrosità diversa dai bagordi ritmici del passato. I contrasti di colore e le moventi figure presenti nelle radure selvagge e negli scampoli profondi della foresta, si diradano al calar della notte; è il conforto del letargo diventa una irrefrenabile esigenza per le bestie antiche, e con loro tutte le creature che hanno ribollito di piacere con la loro compagnia.
Niente viene lasciato cadere e rotolare nelle piege di un breve ma malinconico passato, i Wild Beasts in silenzio si sono levigati in questi anni una loro personalità in un habitat dove sembra non esserci più vegetazione e rinnovamento, ricerca posta però sull' adempimento delle proprie esigenze e non per risplendere a tutti i costi alla luce di un nuovo mattino.

25.12.11

Natale con Jesu


Staccate la radio, buttate via le canzonette di Natale e provate con questo singolo. Se non altro Jesu c'ha provato l'anno scorso, pubblicando la canzone a Gennaio, ma ci ha provato. Destrutturare il Natale e i suoi stereotipi tanto cari a molte persone e molte economie è come divertirsi a staccare la testa alle bambole: non serve a niente, però ci sentiamo in grado di pensare a qualcosa di diverso nonostante tutte le seghe, mentali e non, che ci spalmano addosso con tanta cura.

21.12.11

Prossima fermata: Cosmo

Il soffito comincia a scricchiolare, la polvere si ammassa agli angoli, le tegole stanno cadendo, i più navigati cominciano a capire che qualcuno sta traslocando. Le compagnie di produzione hardware sono già con gli occhi rivolti alla progettazione delle proprie console, non sto parlando delle scartoffie che già da anni possono girare, ma proprio dei rispettivi laboratori già a lavoro da chissà quanto.

14.11.11

Quando ti senti trascinato nell'oblio

Una brutta bestia da pelare, Dark Souls, un modo di giocare calcolato, sempre attento ad ogni movimento, passo, suono. Ci lasciamo alle spalle il Borgo, ambiente medievale cristallizato nel tempo, dalle mura solo urla disperate di anime, non morti che riprendono a muoversi e demoni che custodiscono questo angolo sperduto dal mondo. Un drago a guardia dell'entrata ci ricorda molte storie fantastiche lette in passato. Il borgo è quasi una seconda casa, conosco le vie, so come e dove colpire, so chi lo abita e loro sanno chi gli ha sconfitti. Nella zona sono rimasti solo i pesci piccoli, è il momento di entrare nelle Profondità.

2.11.11

Long Playing - A Creature, I Don't Know


Bene, qui non si tratta di elogiare uno dei talenti più enormi e non ancora espressi del tutto del panorama folk inglese e in generale di tutta la musica Uk, bensì ridare fiato alla crescita artistica, avere quella quieta pazienza verso chi non ha ancora raggiunto la piena consapevolezza dei propri mezzi e prova ad arrivarci inanellando dischi come se fossero mattoni, scalini.
Sostanzialmente ascoltare Laura Marling non equivale ad avere tra le orecchie l'ultimo nome di grido iperpromosso da ogni web-zine del globo (quelli che poi dimenticheranno quel nome entro 3-4 anni), ma assistere a questa costruzione di donna adulta con in mano una chitarra, iniziare ad osservarla con sguardo e devozione paterna.

A Creature, I Don't Know è la terza tappa di questa ragazza inglese proveniente dalla marittima e meridionale Hampshire, tappa che riserva una altitudine da grande cantautrice folk, dove conferma il cambio di rotta del precedente I Speak Beacuse I Can ai danni del puro folk-pop del disco d'esordio Alas, I Cannot Swim; tutti titoli molto emblematici, non so quanto volutamente, ma ad ognuno di questi corrisponde una verità.

Una creatura che conosce solo la sua incomprensibilità: bianca e impalpabile in I Was Just a Card, fragile e pallida in Rest in the Bed e Night After Night. Don't Ask me Why, niente risposte che sfociano tutte d'un fiato nell' implosione irrascibile e sporca di The Beast.
Tutto il disco, tranne l'irresistibile dialogo jazzato di The Muse, vive di una sorta di stabile emicrania, di contemplazione per ciò che inadeguatamente ci si ritrova ad essere davanti ai familiari, al proprio compagno e al proprio specchio, una assenza d'identità lontana da quelle donne che si trova a fissare con devozione (Salinas).
Dopo le dolci e innevate solitudini di I Speak Because I Can, la Marling trova il coraggio di mettere a nudo ogni pensiero che la corrode, fino a disfarsene sul calare di Sophia, nome dato a una ipotetica controfigura femminile dai caratteri cristiani ispirata da una novella di Robertson Davies, nome che riecheggia anche in The Beast, tutti e due i brani più ambiziosi del disco.
A spiccare c'è inoltre una particolare cura per gli arrangiamenti, dove banjo, violini, chitarra, e batteria spiccano senza mai scavalcare le intenzioni dei singoli brani.

L'arte della Marling per adesso ha il retrogusto acerbo della sua età (22 anni), funzionale però ad essere il contraltare sonoro delle autunnali giornate di una Rory Gilmore, di una qualsiasi coetanea che si sfida ogni giorno ad essere veramente una donna senza cedere alle moderne e maschiliste trappole che rendono quel ruolo una pura e calcolata artificialità. I dischi della Marling come unità di misura intima ed invisibile per misurare lo spazio degno di ogni personale mattone, per ogni scalino; ed infine arrivare a quel momento fatidico dove l'ormai donna osserverà, sempre insieme a quei dischi, le scelte fatte in questo attuale presente dove domina una fiera e pura incompletezza.
Uno dei tesori nasccosti più luminosi della musica inglese, se casomai non si fosse ancora capito.



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