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26.2.12
Long Playing: Put Your Back in 2 it
Questo video è stato vittima della censura di You Tube per "espliciti riferimenti sessuali", così tali da obbligare i gestori del sito ad eliminare la sua promozione e diffusione sul portale video da parte della etichetta Matador, che detiene i diritti di pubblicazione del secondo album di Perfume Genius, alias Mike Hadreas, giovane cantautore omosessuale.
Sì, il mondo del pop (e Youtube stesso) è pieno di riferimenti sessuali veicolati tramite video, tutti messaggi codificabili da un pubblico etero e spesso impregnati di misoginia, sesso facile, e una considerevole voglia di trasgressione a buon mercato, perciò già qui le motivazioni dei gestori del canale video cadono inesorabilmente; ma il punto trova ancora più consistenza nella totale assenza di provocazione che il video offre: E' un videoclip che sa solo evocare tenerezza e ironia tra due uomini che si scambiano gesti d'amore, una intimità orgogliosa e inoffensiva; negare la contrapposizione di questi valori alle immagini è profondamente deplorevole, è limitare l'amore stesso, privare all' amore di due omosessuali il raggiungimento di una piena purezza.
Processo di sottrazione che punta al cuore del contenuto, una scelta che Perfume Genius persegue anche in musica nei suoi esperimenti di sintesi cantautorale. Tentativi di racchiudere l'apice di una intima e fugace emozione ed esserne testimoni fedeli sia nella sostanza che nella forma. Afferrare una melodia, un significato, una struttura musicale che sappia dire qualcosa, e immediatamente cesellarla come canzone senza doverla ricoprire poi di dettagli sonori funzionali alla sua difesa, nude songs.
Il bilico tra perfezione e precocità è fine, forse non c'è ancora la consapevolezza giusta, per adesso solo attimi in cui comprendi che Perfume Genius è tanto vicino a diventare un artista dal futuro luminoso e indispensabile.
Perfume Genius- All Waters by denouementspage
2.11.11
Long Playing - A Creature, I Don't Know
Bene, qui non si tratta di elogiare uno dei talenti più enormi e non ancora espressi del tutto del panorama folk inglese e in generale di tutta la musica Uk, bensì ridare fiato alla crescita artistica, avere quella quieta pazienza verso chi non ha ancora raggiunto la piena consapevolezza dei propri mezzi e prova ad arrivarci inanellando dischi come se fossero mattoni, scalini.
Sostanzialmente ascoltare Laura Marling non equivale ad avere tra le orecchie l'ultimo nome di grido iperpromosso da ogni web-zine del globo (quelli che poi dimenticheranno quel nome entro 3-4 anni), ma assistere a questa costruzione di donna adulta con in mano una chitarra, iniziare ad osservarla con sguardo e devozione paterna.
A Creature, I Don't Know è la terza tappa di questa ragazza inglese proveniente dalla marittima e meridionale Hampshire, tappa che riserva una altitudine da grande cantautrice folk, dove conferma il cambio di rotta del precedente I Speak Beacuse I Can ai danni del puro folk-pop del disco d'esordio Alas, I Cannot Swim; tutti titoli molto emblematici, non so quanto volutamente, ma ad ognuno di questi corrisponde una verità.
Una creatura che conosce solo la sua incomprensibilità: bianca e impalpabile in I Was Just a Card, fragile e pallida in Rest in the Bed e Night After Night. Don't Ask me Why, niente risposte che sfociano tutte d'un fiato nell' implosione irrascibile e sporca di The Beast.
Tutto il disco, tranne l'irresistibile dialogo jazzato di The Muse, vive di una sorta di stabile emicrania, di contemplazione per ciò che inadeguatamente ci si ritrova ad essere davanti ai familiari, al proprio compagno e al proprio specchio, una assenza d'identità lontana da quelle donne che si trova a fissare con devozione (Salinas).
Dopo le dolci e innevate solitudini di I Speak Because I Can, la Marling trova il coraggio di mettere a nudo ogni pensiero che la corrode, fino a disfarsene sul calare di Sophia, nome dato a una ipotetica controfigura femminile dai caratteri cristiani ispirata da una novella di Robertson Davies, nome che riecheggia anche in The Beast, tutti e due i brani più ambiziosi del disco.
A spiccare c'è inoltre una particolare cura per gli arrangiamenti, dove banjo, violini, chitarra, e batteria spiccano senza mai scavalcare le intenzioni dei singoli brani.
L'arte della Marling per adesso ha il retrogusto acerbo della sua età (22 anni), funzionale però ad essere il contraltare sonoro delle autunnali giornate di una Rory Gilmore, di una qualsiasi coetanea che si sfida ogni giorno ad essere veramente una donna senza cedere alle moderne e maschiliste trappole che rendono quel ruolo una pura e calcolata artificialità. I dischi della Marling come unità di misura intima ed invisibile per misurare lo spazio degno di ogni personale mattone, per ogni scalino; ed infine arrivare a quel momento fatidico dove l'ormai donna osserverà, sempre insieme a quei dischi, le scelte fatte in questo attuale presente dove domina una fiera e pura incompletezza.
Uno dei tesori nasccosti più luminosi della musica inglese, se casomai non si fosse ancora capito.
Sito Ufficiale
Laura Marling Fan Site
19.7.11
Long Playing - Skying
Partiamo con un punto assai fondamentale: Questo disco è autoprodotto dagli stessi The Horrors. Dopo i tentativi indicativi avuti con Geoff Barrow (membro dei Portishead) e pure Chris Cunningham (talentuoso videomaker che ha realizzato per loro un video degli esordi, Sheena is a Parassite) stavolta il gruppo proveniente dall' Essex fa tutto da solo realizzando un disco effervescente, dal suono moderno e antico al tempo stesso; merito di una conoscenza musicale quasi scolastica che mescola elementi di diversi sottogeneri del rock. Un processo apparentemente analitico e che inevitabilmente però porta il gruppo a non spiccare ancora il volo verso una personalità completa, a una attitudine precisa che sappia dare ampio respiro ai propri lavori.
6.6.11
Long Playing - Walk The River
Questa non è proprio una copertina da disco pop, solo Deserter's Songs dei Mercury Rev ne vantava una simile, e aldilà dei dati anagrafici e dei percorsi musicali che differenziano le due band, i Guillemots dimostrano di saper rischiare presentando il loro nuovo disco in questo modo, facendo trasparire un coraggio che però loro malgrado si sta puntualmente circondando della stessa oscurità che non permette di riconoscere quella sagoma in lontananza.
Ormai senza più un tetto sopra il cuore, la preda prosegue la scia del fiume nell' oblio offerto dalla notte. La spensieratezza del passato è un ricordo soffocato. Si muove compatto, tra la neve e il respiro gelido in cerca di una interiorità forte, ma l'inquietudine dell' abbandono rende indeciso ogni gesto, ogni intuito, ogni speranza. Una indolenza che porta a decisioni apparentemente rassicuranti, che si riveleranno deboli di fronte alle intemperie e all'impazienza che tutto finisca per il meglio.
Arriva così a illudersi da solo. In un momento si rispecchia in una luce effimera e passeggera, e con essa si dissolve nell'apice più doloroso e atroce, un crocevia di straziante ingenuità che sembra non finire mai, la compassione per la propria esistenza fatta ormai di fallimenti e di una propria anima romantica insopportabile, priva di accettazione alcuna.
Non so se era veramente nelle intenzioni di Fyfe Dangerfield fare un disco così dettagliatamente sincero nel mostrare la fine di un rapporto (celebrato nel suo disco solista dello scorso anno).
Probabilmente per lui non ci sono canzoni ingenue a metà del disco, che sembrano mostrare precisamente tutte le tappe che ogni innamorato perso e danneggiato deve fare per forza di cose. Penserà che sia un disco adatto a subire il resto del mondo che s'aspetta il classico terzo album, quello della consacrazione, della perfezione che inquadra al meglio lo stile dell'artista.
Di sicuro questo Walk the River è il disco dove imprime di più le sue esigenze supportate dalla clemenza dei suoi compagni di viaggio convinti, forse per sempre, a riporre i suoni del Brasile e le goffe sperimentazioni elettro-pop.
Di sicuro c'è il primo singolo, The Basket, il risveglio dopo l'emicrania, dal torpore autolesionistico. La consapevolezza che ormai si può solo risalire porta già a gustare la freschezza, a riprendere la lotta e i faccia a faccia pur barcollando per la sbornia e con i cerotti sparsi in viso. C'è una ritrovata lucidità che non viene più soppressa dai perchè, libero così d'incassare a malincuore i motivi per cui si era caduti inesorabilmente in una sordità diabolica.
If only we believed in someone. - La consapevolezza che sa di rimpianto, e che indica l'alba - Yesterday is Dead.
I Guillemots si affacciano così a loro modo, ovvero con idee e ambizioni complesse, nell' essenzialità, nella compattezza tradizionale tra melodia e ritmo (Magrao ha definitivamente imparato a suonare la chitarra), con strofe e ritornelli che si susseguono a volte troppo regolarmente e con troppa insistenza.
Non riescono ancora stare al mondo i Guillemots, il talento continua a subire progettazioni di fondo troppo ambiziose, con troppa indulgenza che costringe una canzone come I Don't Feel Amazing Now a essere perfetta solo per questo disco, l'ennesimo disco Pop che confonde le idee su chi è portatore d'infelicità e chi no, tutto per una band pronta a scomparire senza provocare alcun rumore.
Maybe I'll try to forget you, Though you hold a blade in my heart.
Walk the River
Vermillion
I Don't Feel Amazing Now
Ice Room
Tigers
Inside
I Must Be A Lover
Slow Train
Sometimes I Remember Wrong
The Basket
Dancing In The Devil Shoes
Yesterday Is Dead
Testi
7.2.11
Long Playing: Esben and the Witch - Violet Cries
Nuove leve per l'oscurità, a simboleggiare l'aria che si respira nei vicoli sotterranei del web fatti di pozzanghere velenose che fermentano e si estendono con notevole impazienza al nome di Witch-House, gli umori dark si fanno sempre più strada alla ricerca di una nuova ribalta, in questo caso un trio di Bristol, gli Esben and the Witch hanno ottenuto per se il supporto della famosa etichetta Matador per il loro esordio.
Violet Cries vive di emozioni voraci e lontane dai compromessi, ma anche di una incisività che si deve ancora affinare e non affidarsi completamente alle sonorità di fondo, ma ormai i sotterranei sono quasi pieni, manca poco alla rottura degli argini.
19.1.11
Long Playing: Shackleton - Fabric 55
Per Sam Shackleton, produttore e fondatore della defunta etichetta dubstep Skull Disco a cui recentmente è stato chiesto di forgiare il cinquantacinquesimo capitolo della collana Fabric dopo 3 Ep fatti circolare con successo, è l'occasione di condensare tutta la sua essenza sonora che a conti fatti con questa uscita crea nuovi spazi e nuovi orrizzonti per quella corrente elettronica sempre più inafferrabile che si chiama Dubstep.
La curiosa omonimia con il famoso esploratore Ernest Henry Shackleton ci sta quasi a pennello, solo che L'antartide dista quanto mai più lontana dalle trame di questa musica dominata da opprimenti ritmi tribali, rintocchi di goccie che impattano su macerie metalliche, imponenti bassi che si ergono con vigorosa imponenza e rumori di fondo che riecheggiano e ti circondanno tra tentazione e oppressione.
Non citerò Axl Rose in una delle citazioni più banali possibili in questo caso ( ma che ahimè è emersa nella mente), ma l'esperienza sonora di questa proposta ha la capacità di catapultarti in una spiritata giungla tropicale osservata tra fresesia e timore, tra allucinazioni e traccie di presenza umana ignota.
Residui Dubstep e la minimal techno di Berlino dove lo stesso Sam ha trovato casa ultimamente, nient'altro si può provare a individuare perchè questa compilation è l'ennesima metamorfosi della scena elettronica di Londra che mai come stavolta tenta di smarcarsi dalle proprie regole e dal proprio timbro europeo.
Shackleton - Fabric 55 - 30min excerpt by factmag
Tracklist:
1. Shackleton – Come Up [unreleased]
2. Shackleton – Moon Over Joseph’s Burial [Perlon]
3. Shackleton – Hypno Angel [Skull Disco]
4. Shackleton – Visontele [unreleased]
5. Shackleton – Interlude: Blood Rhythm With Wishy Drones [unreleased]
6. Shackleton – Operatic Waves [unreleased]
7. Shackleton – Closeness to Nature [unreleased]
8. Shackleton – Negative Thoughts [Perlon]
9. Shackleton feat. Vengeance Tenfold – Death Is Not Final [Skull Disco]
10. Shackleton – International Fires [unreleased]
11. Shackleton – Paper [Perlon]
Qui invece il mix dell' intero disco, zona Off Limits.
DjMix
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